I naufraghi del diluvio diurno cedono presto al sonno della sera, e ignorano, dentro i loro sogni riparatori, le difficoltà dell’attraversamento notturno. Chi resta solo, controlla ogni, angolo dell’incerto abitacolo, e da ogni minuscola falla mette a fuoco uno sguardo sull’oceano oscuro. La pupilla sostiene a lungo lo sforzo, indaga oltre l’ombra dell’abero maestro caduto, dove altri occhi appenati forse muovono non visti, o si lasciano galleggiare resi inerti dalla malinconia, in quel concorso di punte d’acqua e di nulla… La pupilla umiliata già porta dentro di sé il presagio dell’annegamento: è una vibrazione che si fa più accesa man mano si procede e non trova nel proprio tessuto il capo del filo, il senso più quieto della propria finitezza… Fuori, ogni cosa pare, nel suo celarsi, infinitamente più grande e misteriosa, così da indurre il corpo ad accartocciarsi come dentro una culla, per scacciarne l’impaurita compostezza, il gelo… Intanto le voci notturne sembrano solo lamenti, echi insinuanti da chissadove, dalla seconda fascia del buio, o spiritelli nostri spersi nel respiro, ai quattro angoli della stanza, in attesa degli umori del mattino: quando, superata la barriera corallina, essi si dispongono sfiniti alla pratica dell’utilità della luce…
[Eugenio Di Signoribus]
[27.03.2017]
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